giovedì 31 dicembre 2009

Anno Nuovo


L'Anno Vecchio se ne va in pensione e un giovane Anno Nuovo già sgambetta per prendere il suo posto. Speriamo che le nostre attese non siano deluse.

Auguri a tutti!

sabato 26 dicembre 2009

Capitolo 20

Il cellulare squillò mentre discendevo la ripida strada che si snodava attraverso i calanchi. Faticai un po’ a capire chi fosse, finché la voce femminile non pronunciò il proprio nome.
«Ah sì buongiorno» dissi sistemando meglio l’auricolare «come sta?»
«Potrebbe andare meglio» la voce era seccata. «Sono da poco riuscita a liberarmi di una sua amica.»
«Amica? Quale amica?»
«Le dice niente il nome Lily?»
Quelle quattro lettere mi riaccesero in testa una lampadina. Avevo dato io il riferimento della Signora – così chiamavamo tra amici questa collega di Marzia – a Lily, cercando di sviare la sua attenzione da Marzia stessa. Lily mi aveva scritto, in effetti, che avrebbe preso contatto con la Signora ma certo non credevo che si sarebbe presentata nel suo studio senza appuntamento, pregandola di aiutarla a trovare il vampiro da cui era ossessionata.
«Mi spiace» mormorai «e in effetti non è propriamente una mia amica. Mi ha contattato su internet perché aveva letto una mia storia sui vampiri…»
«E ha pensato bene di indirizzarla a me, certo, certo. Ad ogni modo l’ho ripagata con la sua stessa moneta dando a Lily il suo recapito. Credo che presto non mancherà di telefonarle o farle visita…»
«Che cosa ha fatto?» esclamai esterrefatto, inchiodando sul ciglio di un burrone oltre l’ennesimo ripido tornante.
«Le ho dato i suoi numeri di telefono e proprio di questo volevo avvisarla.»
«Immagino di doverla ringraziare per questo…»
«Si figuri» c’era dell’ironia nella sua voce. «Ad ogni modo la ragazza, oltre ad essere veramente ossessionata dalla figura del vampiro – figura, sia detto per inciso, che anch’io giudico molto affascinante, e di cui mi sono variamente occupata, sebbene la mia specializzazione sia ben altro – pareva essere decisamente molto informata anche su di lei.»
«Su di me?» domandai sorpreso, raggiungendo finalmente il piano ed imboccando la strada statale.
«Sì su di lei, sulla storia della sua vita, sulla sua famiglia. Insomma quando le ho dato il suo numero di telefono mi sembrava di fare cosa pressoché inutile perché sapeva già tutto.»
«Tutto cosa?»
«Suvvia, ha capito bene. Cosa faceva fino a poco tempo fa, da dove viene, cosa le è successo.»
Chiusi la telefonata con qualche convenevole, sempre più perplesso. Come poteva una ragazza, che la Signora aveva descritto come una come tante senza segni particolari, conoscere così tanto di me? E per quale motivo soprattutto?
La cosa cominciava a sembrarmi sempre più sospetta, tanto più che Marzia – uscita la sera precedente per andare a cena con un sedicente Ammazzavampiri dall’identità falsa come un biglietto da 25 euro – tardava a richiamarmi. Le avevo mandato un SMS quella mattina, partendo per andare a trovare don Adelio. Mi aveva risposto, molto più tardi, con un altro SMS dicendo che in quel momento non poteva raccontarmi, ma che presto mi avrebbe telefonato lei. Ora che il sole si avviava verso il tramonto mi pareva che quella telefonata fosse terribilmente in ritardo.

MILANO

Ero così preso dai miei pensieri che avevo imboccato l’autostrada nella direzione sbagliata e ora il cartello verde mi avvertiva che il muso della mia auto puntava direttamente verso la metropoli lombarda e ci sarebbe rimasto ancora per un po’, dal momento che la prima uscita utile era ancora lontana.
Mi venne in mente che mancavo da quella città da molti mesi. Da quando la storia con Marzia era terminata, per la precisione, o quanto meno da quando era terminata la congiunzione fisica tra noi, perché quella spirituale pareva non poter essere interrotta da nulla, almeno per me.
La storia, del resto, aveva avuto inizio sempre a Milano, città che pareva comparire nel mio orizzonte ogni volta che la vita mi prospettava un cambiamento. Era stato in mezzo alla foresta di colonne del Duomo che, tredicenne, avevo deciso di voler entrare in Seminario. Davanti al suo altare avevo udito le parole solenni e terribili che avevano segnato la mia ordinazione sacerdotale.
E sempre a Milano, dal letto di quell’ospedale dove mi avevano portato d’urgenza al rientro dal Brasile, avevo visto per la prima volta Marzia. Amebiasi extraintestinale era la diagnosi. Un piccolo parassita, probabilmente ingerito con l’acqua o con qualche verdura, cosa più che probabile viste le condizioni in cui avevo operato. Un essere unicellulare che mi aveva portato ad un passo dalla morte.
Nel letto accanto al mio c’era un uomo anziano con cui parlavamo quando entrambi avevamo un po’ di forze per farlo. Non ho mai chiesto di preciso cosa avesse. Sapevo – non so se lo sapesse lui, ma credo lo immaginasse – che la sua malattia era grave e che non ce l’avrebbe fatta e questo mi bastava. Mi chiedeva del Brasile, dove era stato da giovane, e i suoi occhi brillavano quando mi raccontava delle sue avventure. Io mi limitavo a descrivergli le cose più belle e talora quelle un po’ meno belle tacendo , per non trasformare in incubi i suoi sogni, quelle orribili che mi avevano visto protagonista.
Sua figlia veniva tutti i giorni a trovarlo. Notando che nessuno mi faceva visita cominciò a parlare anche con me facendomi piccoli favori, come portare un bicchiere d’acqua, mettere dei fiori sul mio comodino, o leggere ad alta voce un libro.
Quando suo padre morì Marzia, inaspettatamente, tornò a farmi visita. In quei giorni, poiché tutto ciò in cui avevo creduto fino a pochi mesi prima si era frantumato davanti agli orrori cui avevo assistito, cercavo disperatamente una ragione cui aggrapparmi per continuare a vivere. Nei suoi occhi, in cui vedevo giorno per giorno crescere un sentimento che mai avevo provato prima, avevo trovato quella ragione.
Il cellulare squillò nuovamente. Era la voce di Marzia questa volta.
«Come stai?» le chiesi apprensivo.
«Io bene» la sentii esitante. «Ho fatto una lunga chiacchierata con l’Ammazzavampiri.»
«Cosa hai scoperto?»
«Mi ha raccontato parecchie cose, ma ce n’è una che devo dirti subito e che ti riguarda. O meglio, riguarda tuo padre…»

mercoledì 23 dicembre 2009

Auguri!



Circa un anno fa nasceva questo blog. Ho voluto aspettare il Natale per festeggiare con voi, che con costanza ed indulgenza seguite questo mio errare, anche questa ricorrenza. Vi auguro di trascorrere serenamente le festività natalizie.

Buon Natale!

sabato 19 dicembre 2009

Capitolo 19

Giunto in fondo al vialetto mi fermai, girando lentamente su me stesso. Diedi un’ultima occhiata alla Canonica che si ergeva isolata e solenne in mezzo ai campi. Le mura spesse, le piccole finestre e il camino acceso all’interno dell’edificio dovevano essere l’unico rimedio contro il freddo vento del nord che d’inverno soffiava sull’altipiano senza trovare ostacoli. Rabbrividii, nonostante la temperatura fosse mite quel pomeriggio.
Sed portae inferi non prevalebunt adversus eam” pensai “Ma le porte degli inferi non prevarranno contro essa”.
Ero partito prima dell’alba e alle 7.50 avevo bussato alla porta della Canonica, su cui stava attaccato con una puntina un foglio di carta con una scritta in stampatello:

L’IMPIEGATO PARROCCHIALE RICEVE
DAL LUNEDÌ AL SABATO DALLE 8,30 ALLE 9,30.

IL PARROCO È SEMPRE DISPONIBILE
NEGLI ALTRI ORARI.
FUNZIONI PERMETTENDO.


Giusto il tempo di abbracciare don Adelio e accompagnarlo alla Messa delle 8 dove fui praticamente costretto a fargli da chierichetto.
«Così le cinque vecchiette che vengono alla funzione non passeranno tutto il tempo a chiedersi chi sia “quel bel giovanotto”» aveva detto ridendo.
Alle 8.40 eravamo in Canonica davanti ad una tazza di caffelatte fumante e iniziammo una lunghissima conversazione, intervallata solo dal pranzo a base di prosciutto crudo e crescenti cotte dalla perpetua. Innaffiate di lambrusco, naturalmente.
Dopo un po’ di convenevoli e di chiacchiere sulle mie ultime vicende – le sue avventure di parroco di campagna di un minuscolo villaggio dell’Appennino, stretto tra le beghine di paese e le frenetiche corse in auto per celebrare la Messa in tutte le chiese sotto la sua amministrazione, si erano esaurite in breve tempo – gli avevo posto la domanda che mi tormentava da tempo.
Don Adelio mi aveva guardato in modo strano, scuotendo la testa. Non gli capitava frequentemente di parlare di vampiri e, mi disse, non lo faceva mai volentieri. Il campo d’azione di don Adelio, quando non è impegnato a fare il dispensatore di sacramenti, è comunque affine, essendo uno dei pochi esorcisti ancora al servizio di Santa Romana Chiesa.
«Ho sentito parlare dei vampiri» mi disse «ma non ne ho mai visto uno. Se esistono realmente, e non si tratta di malati di mente che vanno in giro a succhiare il sangue alle proprie vittime, sono qualcosa che certamente non appartiene al Cielo ma nemmeno all’Inferno. Non-morti animati da una non-vita. Forse portatori di qualche rara malattia o piuttosto, appartenenti a quelle razze descritte in alcuni testi. Ludovico Maria Sinistrari parlava di creature che si fanno beffe degli esorcismi e che non sono né della razza degli Angeli, né di quella dei Demoni. Né della Luce, né della Tenebra, piuttosto dell’Ombra.»
Parlammo, naturalmente, anche della misteriosa Lily e della sua passione per i vampiri.
«Quello che affascina certe persone è l’idea di eternità che queste creature suscitano. Una sorta di immortalità della carne senza lo spirito, una risurrezione blasfema ed imperfetta. Contemporaneamente, in un’epoca incostante come la nostra, dove tutto è relativo e la verità cambia ogni giorno, l’idea che una creatura possa essere per sempre costante a se stessa rende affascinati queste creature agli occhi di chi non ha più certezze. L’errore sta nel credere che dal male possa scaturire il bene. Se ti dicessi quante persone hanno cominciato a consultare gli spiriti con l’idea di poter conoscere il futuro e si sono trovati un demonio dentro la carne!»
Lasciai la Canonica salutando calorosamente don Adelio. Mi era stato sempre simpatico, fin dal tempo in cui era stato mio professore, in Seminario. Un giorno gli avevo chiesto perché avesse chiesto di lasciare la città e di essere trasferito nella piccola parrocchia di un piccolo paese.
«Mo ben» si era limitato ad alzare le spalle. «Qui la gente è schietta e l’aria è più buona.»
Avevo pensato che fosse una battuta fino a quando don Adelio mi aveva telefonato. L’unico dei miei confratelli a farlo dopo che avevo chiesto al Vescovo di essere ridotto allo stato laicale. L’unico, nella Chiesa in cui avevo servito, a non prendere le distanze e a non giudicarmi.
«Ottavio, ragazzo mio» aveva detto. «Ho del culatello che è una favola e del lambrusco buono in cantina. Quando vuoi la porta della Canonica è sempre aperta.»
“Davvero” avevo pensato “ portae inferi non prevalebunt adversus eam”.

sabato 5 dicembre 2009

Capitolo 18

Marzia tornò a sedersi. Lo sguardo era duro e la voce tagliente.
«Ti concedo cinque minuti ancora. Mi auguro che tu abbia da dire qualcosa di importante.»
«Credo lo sia, purtroppo» annuì serio l’Ammazzavampiri. «La prima questione di cui volevo parlarti riguarda il vampiro che intervistasti. Esso ti disse di essere nato da due succhiasangue, cosa veramente eccezionale dal momento che normalmente i vampiri, o per meglio dire le vampire, sono sterili. Eppure capita che, forse una volta o due in un millennio, una vampira concepisca un figlio da un altro vampiro. Quando ciò accade, la creatura che nasce è un Arcivampiro. Essi sono creature leggendarie per gli stessi vampiri. Ho avuto modo di interrogare alcuni vampiri che avevamo catturato…»
«Non voglio nemmeno sapere con quali mezzi li hai costretti a parlare!»
«Non te lo dirò, infatti» Hunter scosse la testa. «Mezzi necessari ed utili, in ogni caso. Da questi interrogatori abbiamo scoperto cose molto interessanti sull’organizzazione dei vampiri…»
«Penso che tu non debba essere molto simpatico a loro. Non temi per la tua vita?»
«Prendo le mie precauzioni e non sono mai solo.»
Solo allora Marzia si guardò attorno, rendendosi conto che c’erano numerosi stranieri nel ristorante e che molti di essi avevano il viso e il fisico da mercenari.
«Di solito non esco a cena, ma per te ho fatto un’eccezione» sorrise Hunter.
Marzia avrebbe forse dovuto sentirsi onorata, ma la consapevolezza delle tenebre, fuori dal locale, le metteva ora addosso una grande inquietudine. Si aspettava che da un momento all’altro la luce si spegnesse e che nel locale irrompesse un’orda di vampiri decisa a spazzare via il loro nemico e tutti gli umani che erano con lui…
«Vai avanti» disse rabbrividendo.
«Non temere. Abbiamo armi in grado di tenerli lontani» la rassicurò Hunter. « Ho deciso di incontrarti perché il vero pericolo è un altro. Un Arcivampiro ha poteri molto superiori a quelli dei normali vampiri. Essi stessi da secoli attendevano e temevano il suo avvento. Lo attendevano perché uno di essi, secondo una leggenda che circola tra loro, stabilirà un regno di sangue e tenebra sulla Terra. Lo temono perché esso, a differenza dei comuni succhiasangue, non ha bisogno del sangue umano per vivere, ma soprattutto perché non è irrimediabilmente votato al male. Si dice che gli Arcivampiri conoscano varie fasi di sviluppo, intervallate da momenti di stasi, in cui si ritirano in una sorta di crisalide. Ogni volta che ne escono i loro poteri risultano considerevolmente aumentati, finché non raggiungono la piena maturità. Solo allora scelgono, in maniera definitiva, se votarsi al male.»
«Infatti quello che intervistai nella grotta non mi sembrava malvagio» osservò Marzia.
«Non aveva ancora fatto la sua scelta e forse non l’ha ancora fatta, sebbene abbia certamente abbandonato il suo rifugio. Prima che tu arrivassi alla grotta ho provveduto a far portare ciò che rimaneva della crisalide per farla analizzare. Si è risvegliato e ha convocato l’ultima persona che aveva visto prima di entrare in quella specie di letargo: tu.»
«Per quale motivo?» domandò Marzia allarmata.
«Forse solo per parlarti. Oppure per saziare il suo appetito. Ritengo che tu possa essere in grave pericolo Marzia. E sarei più tranquillo se accettassi la nostra protezione.»
«Vuoi mettermi sotto scorta? » esclamò Marzia allibita. «Eppure un momento fa hai detto che non ha ancora scelto se essere malvagio…»
«Non posso esserne certo, purtroppo. Sappiamo veramente poco degli Arcivampiri. Per questo, puoi comprenderlo, ritengo necessario poter accedere all’archivio degli Erranti. Nella lettera a Ludovico Maria Sinistrari, Ottavio Errante, l’antenato del tuo amico, accenna a segreti che non possono essere rivelati e allude a esseri “oscuri come gli Incubi, ma molto più pericolosi e reali di questi”. Come saprai Sinistrari scrisse un trattato sugli Incubi e sui Succubi, creature che nottetempo tormentano sessualmente le proprie vittime. Molti ritengono che dietro questi nomi si celino i vampiri e le lamie.»
«Capisco» sospirò Marzia. «Hai detto che dovevo sapere un paio di cose. L’altra quale sarebbe?»
«L’altra non riguarda te, ma il tuo amico. Mi spiace dovertelo dire in questo modo, ma la situazione non mi consente molti giri di parole, anche perché i cinque minuti che mi hai concesso stanno scadendo. So che il rapporto di Ottavio Errante con il padre è difficile. Suo padre è troppo ostinato e orgoglioso per mandarlo a chiamare ma, credimi, sta morendo. Penso che il tuo amico dovrebbe saperlo e ritengo che tu sia l’unica persona che possa dirglielo.»
«Se questa cosa è una palla per ottenere quello che vuoi» la voce di Marzia era un sibilo «ti giuro che dovrai temere me più dei vampiri!»
«No, Marzia!» Hunter incrociò lentamente le mani sotto il mento. «Non userei mai un trucco del genere. Se non hai fiducia in me, cosa che peraltro mi addolora molto, pensa quanto meno che sarebbe una cosa terribilmente stupida da parte mia. Verificato l’inganno, cosa molto facile da fare, l’accesso a quelle carte mi sarebbe per sempre precluso, non credi?»
«Ci puoi scommettere…» annuì Marzia.

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