Il cellulare squillò mentre discendevo la ripida strada che si snodava attraverso i calanchi. Faticai un po’ a capire chi fosse, finché la voce femminile non pronunciò il proprio nome.
«Ah sì buongiorno» dissi sistemando meglio l’auricolare «come sta?»
«Potrebbe andare meglio» la voce era seccata. «Sono da poco riuscita a liberarmi di una sua amica.»
«Amica? Quale amica?»
«Le dice niente il nome Lily?»
Quelle quattro lettere mi riaccesero in testa una lampadina. Avevo dato io il riferimento della Signora – così chiamavamo tra amici questa collega di Marzia – a Lily, cercando di sviare la sua attenzione da Marzia stessa. Lily mi aveva scritto, in effetti, che avrebbe preso contatto con la Signora ma certo non credevo che si sarebbe presentata nel suo studio senza appuntamento, pregandola di aiutarla a trovare il vampiro da cui era ossessionata.
«Mi spiace» mormorai «e in effetti non è propriamente una mia amica. Mi ha contattato su internet perché aveva letto una mia storia sui vampiri…»
«E ha pensato bene di indirizzarla a me, certo, certo. Ad ogni modo l’ho ripagata con la sua stessa moneta dando a Lily il suo recapito. Credo che presto non mancherà di telefonarle o farle visita…»
«Che cosa ha fatto?» esclamai esterrefatto, inchiodando sul ciglio di un burrone oltre l’ennesimo ripido tornante.
«Le ho dato i suoi numeri di telefono e proprio di questo volevo avvisarla.»
«Immagino di doverla ringraziare per questo…»
«Si figuri» c’era dell’ironia nella sua voce. «Ad ogni modo la ragazza, oltre ad essere veramente ossessionata dalla figura del vampiro – figura, sia detto per inciso, che anch’io giudico molto affascinante, e di cui mi sono variamente occupata, sebbene la mia specializzazione sia ben altro – pareva essere decisamente molto informata anche su di lei.»
«Su di me?» domandai sorpreso, raggiungendo finalmente il piano ed imboccando la strada statale.
«Sì su di lei, sulla storia della sua vita, sulla sua famiglia. Insomma quando le ho dato il suo numero di telefono mi sembrava di fare cosa pressoché inutile perché sapeva già tutto.»
«Tutto cosa?»
«Suvvia, ha capito bene. Cosa faceva fino a poco tempo fa, da dove viene, cosa le è successo.»
Chiusi la telefonata con qualche convenevole, sempre più perplesso. Come poteva una ragazza, che la Signora aveva descritto come una come tante senza segni particolari, conoscere così tanto di me? E per quale motivo soprattutto?
La cosa cominciava a sembrarmi sempre più sospetta, tanto più che Marzia – uscita la sera precedente per andare a cena con un sedicente Ammazzavampiri dall’identità falsa come un biglietto da 25 euro – tardava a richiamarmi. Le avevo mandato un SMS quella mattina, partendo per andare a trovare don Adelio. Mi aveva risposto, molto più tardi, con un altro SMS dicendo che in quel momento non poteva raccontarmi, ma che presto mi avrebbe telefonato lei. Ora che il sole si avviava verso il tramonto mi pareva che quella telefonata fosse terribilmente in ritardo.
Ero così preso dai miei pensieri che avevo imboccato l’autostrada nella direzione sbagliata e ora il cartello verde mi avvertiva che il muso della mia auto puntava direttamente verso la metropoli lombarda e ci sarebbe rimasto ancora per un po’, dal momento che la prima uscita utile era ancora lontana.
Mi venne in mente che mancavo da quella città da molti mesi. Da quando la storia con Marzia era terminata, per la precisione, o quanto meno da quando era terminata la congiunzione fisica tra noi, perché quella spirituale pareva non poter essere interrotta da nulla, almeno per me.
La storia, del resto, aveva avuto inizio sempre a Milano, città che pareva comparire nel mio orizzonte ogni volta che la vita mi prospettava un cambiamento. Era stato in mezzo alla foresta di colonne del Duomo che, tredicenne, avevo deciso di voler entrare in Seminario. Davanti al suo altare avevo udito le parole solenni e terribili che avevano segnato la mia ordinazione sacerdotale.
E sempre a Milano, dal letto di quell’ospedale dove mi avevano portato d’urgenza al rientro dal Brasile, avevo visto per la prima volta Marzia. Amebiasi extraintestinale era la diagnosi. Un piccolo parassita, probabilmente ingerito con l’acqua o con qualche verdura, cosa più che probabile viste le condizioni in cui avevo operato. Un essere unicellulare che mi aveva portato ad un passo dalla morte.
Nel letto accanto al mio c’era un uomo anziano con cui parlavamo quando entrambi avevamo un po’ di forze per farlo. Non ho mai chiesto di preciso cosa avesse. Sapevo – non so se lo sapesse lui, ma credo lo immaginasse – che la sua malattia era grave e che non ce l’avrebbe fatta e questo mi bastava. Mi chiedeva del Brasile, dove era stato da giovane, e i suoi occhi brillavano quando mi raccontava delle sue avventure. Io mi limitavo a descrivergli le cose più belle e talora quelle un po’ meno belle tacendo , per non trasformare in incubi i suoi sogni, quelle orribili che mi avevano visto protagonista.
Sua figlia veniva tutti i giorni a trovarlo. Notando che nessuno mi faceva visita cominciò a parlare anche con me facendomi piccoli favori, come portare un bicchiere d’acqua, mettere dei fiori sul mio comodino, o leggere ad alta voce un libro.
Quando suo padre morì Marzia, inaspettatamente, tornò a farmi visita. In quei giorni, poiché tutto ciò in cui avevo creduto fino a pochi mesi prima si era frantumato davanti agli orrori cui avevo assistito, cercavo disperatamente una ragione cui aggrapparmi per continuare a vivere. Nei suoi occhi, in cui vedevo giorno per giorno crescere un sentimento che mai avevo provato prima, avevo trovato quella ragione.
Il cellulare squillò nuovamente. Era la voce di Marzia questa volta.
«Come stai?» le chiesi apprensivo.
«Io bene» la sentii esitante. «Ho fatto una lunga chiacchierata con l’Ammazzavampiri.»
«Cosa hai scoperto?»
«Mi ha raccontato parecchie cose, ma ce n’è una che devo dirti subito e che ti riguarda. O meglio, riguarda tuo padre…»
«Ah sì buongiorno» dissi sistemando meglio l’auricolare «come sta?»
«Potrebbe andare meglio» la voce era seccata. «Sono da poco riuscita a liberarmi di una sua amica.»
«Amica? Quale amica?»
«Le dice niente il nome Lily?»
Quelle quattro lettere mi riaccesero in testa una lampadina. Avevo dato io il riferimento della Signora – così chiamavamo tra amici questa collega di Marzia – a Lily, cercando di sviare la sua attenzione da Marzia stessa. Lily mi aveva scritto, in effetti, che avrebbe preso contatto con la Signora ma certo non credevo che si sarebbe presentata nel suo studio senza appuntamento, pregandola di aiutarla a trovare il vampiro da cui era ossessionata.
«Mi spiace» mormorai «e in effetti non è propriamente una mia amica. Mi ha contattato su internet perché aveva letto una mia storia sui vampiri…»
«E ha pensato bene di indirizzarla a me, certo, certo. Ad ogni modo l’ho ripagata con la sua stessa moneta dando a Lily il suo recapito. Credo che presto non mancherà di telefonarle o farle visita…»
«Che cosa ha fatto?» esclamai esterrefatto, inchiodando sul ciglio di un burrone oltre l’ennesimo ripido tornante.
«Le ho dato i suoi numeri di telefono e proprio di questo volevo avvisarla.»
«Immagino di doverla ringraziare per questo…»
«Si figuri» c’era dell’ironia nella sua voce. «Ad ogni modo la ragazza, oltre ad essere veramente ossessionata dalla figura del vampiro – figura, sia detto per inciso, che anch’io giudico molto affascinante, e di cui mi sono variamente occupata, sebbene la mia specializzazione sia ben altro – pareva essere decisamente molto informata anche su di lei.»
«Su di me?» domandai sorpreso, raggiungendo finalmente il piano ed imboccando la strada statale.
«Sì su di lei, sulla storia della sua vita, sulla sua famiglia. Insomma quando le ho dato il suo numero di telefono mi sembrava di fare cosa pressoché inutile perché sapeva già tutto.»
«Tutto cosa?»
«Suvvia, ha capito bene. Cosa faceva fino a poco tempo fa, da dove viene, cosa le è successo.»
Chiusi la telefonata con qualche convenevole, sempre più perplesso. Come poteva una ragazza, che la Signora aveva descritto come una come tante senza segni particolari, conoscere così tanto di me? E per quale motivo soprattutto?
La cosa cominciava a sembrarmi sempre più sospetta, tanto più che Marzia – uscita la sera precedente per andare a cena con un sedicente Ammazzavampiri dall’identità falsa come un biglietto da 25 euro – tardava a richiamarmi. Le avevo mandato un SMS quella mattina, partendo per andare a trovare don Adelio. Mi aveva risposto, molto più tardi, con un altro SMS dicendo che in quel momento non poteva raccontarmi, ma che presto mi avrebbe telefonato lei. Ora che il sole si avviava verso il tramonto mi pareva che quella telefonata fosse terribilmente in ritardo.
MILANO
Ero così preso dai miei pensieri che avevo imboccato l’autostrada nella direzione sbagliata e ora il cartello verde mi avvertiva che il muso della mia auto puntava direttamente verso la metropoli lombarda e ci sarebbe rimasto ancora per un po’, dal momento che la prima uscita utile era ancora lontana.
Mi venne in mente che mancavo da quella città da molti mesi. Da quando la storia con Marzia era terminata, per la precisione, o quanto meno da quando era terminata la congiunzione fisica tra noi, perché quella spirituale pareva non poter essere interrotta da nulla, almeno per me.
La storia, del resto, aveva avuto inizio sempre a Milano, città che pareva comparire nel mio orizzonte ogni volta che la vita mi prospettava un cambiamento. Era stato in mezzo alla foresta di colonne del Duomo che, tredicenne, avevo deciso di voler entrare in Seminario. Davanti al suo altare avevo udito le parole solenni e terribili che avevano segnato la mia ordinazione sacerdotale.
E sempre a Milano, dal letto di quell’ospedale dove mi avevano portato d’urgenza al rientro dal Brasile, avevo visto per la prima volta Marzia. Amebiasi extraintestinale era la diagnosi. Un piccolo parassita, probabilmente ingerito con l’acqua o con qualche verdura, cosa più che probabile viste le condizioni in cui avevo operato. Un essere unicellulare che mi aveva portato ad un passo dalla morte.
Nel letto accanto al mio c’era un uomo anziano con cui parlavamo quando entrambi avevamo un po’ di forze per farlo. Non ho mai chiesto di preciso cosa avesse. Sapevo – non so se lo sapesse lui, ma credo lo immaginasse – che la sua malattia era grave e che non ce l’avrebbe fatta e questo mi bastava. Mi chiedeva del Brasile, dove era stato da giovane, e i suoi occhi brillavano quando mi raccontava delle sue avventure. Io mi limitavo a descrivergli le cose più belle e talora quelle un po’ meno belle tacendo , per non trasformare in incubi i suoi sogni, quelle orribili che mi avevano visto protagonista.
Sua figlia veniva tutti i giorni a trovarlo. Notando che nessuno mi faceva visita cominciò a parlare anche con me facendomi piccoli favori, come portare un bicchiere d’acqua, mettere dei fiori sul mio comodino, o leggere ad alta voce un libro.
Quando suo padre morì Marzia, inaspettatamente, tornò a farmi visita. In quei giorni, poiché tutto ciò in cui avevo creduto fino a pochi mesi prima si era frantumato davanti agli orrori cui avevo assistito, cercavo disperatamente una ragione cui aggrapparmi per continuare a vivere. Nei suoi occhi, in cui vedevo giorno per giorno crescere un sentimento che mai avevo provato prima, avevo trovato quella ragione.
Il cellulare squillò nuovamente. Era la voce di Marzia questa volta.
«Come stai?» le chiesi apprensivo.
«Io bene» la sentii esitante. «Ho fatto una lunga chiacchierata con l’Ammazzavampiri.»
«Cosa hai scoperto?»
«Mi ha raccontato parecchie cose, ma ce n’è una che devo dirti subito e che ti riguarda. O meglio, riguarda tuo padre…»
7 commenti:
Orpo! Sono spiazzato! La storia si sta facendo densa di interrogativi!
Ottavio è dunque un ex sacerdote!?
E chi è la misteriosa Lily?
E che rapporti può avere l'ammazzavampiri con il padre morente di Ottavio? E di cosa sta morendo poi? C'entra in questa morte annunciata qualche vampiro?
Sono curiosoooooooooooooo!!!!
Ciao e complimenti per la tensione narrativa!
TANTI AUGURI DI UN BELLISSIMO ANNO NUOVO!!!
Ciao e a presto!!!
Perbacco!!!
Anche i parassiti!!!
Beh... ora aspetto il seguito e vediamo gli sviluppi dell'incontro con Marzia e chissà che rivelazioni da parte di Ottavio!!!
Certo che riesci sempre a creare attimi di suspense... hehehehe
Ciao Errante grazie della visita e dei complimenti... sei gentilissimo!!!
A proposito leggendo il post precedente... ti faccio (anche se in ritardo) tanti cari auguri per il primo anno del blog!!!
Buona giornata... un abbraccio e baciotto
Anche io concordo con Milo! La storia e' sempre piu' avvincente! Non lasciarci in sospeso a lungo!
Il personaggio di Ottavio mi piace sempre di più.
Ciao
Ciao Errante,
auguro a te e famiglia un felice 2010 ricco di sorprese, di gioia, di felicità, di serenità e tanta pace!
Un forte abbraccio... bacioni
Auguri per uno splendido anno nuovo.
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