venerdì 9 gennaio 2009

L’ultimo vampiro

La pioggia cadeva violentissima mista a grandine e tutta la montagna sembrava vibrare sotto la furia degli elementi in quella pazza estate del 1999. Tempo tremendo, mai visto prima, dicevano i vecchi in paese. Solo un pazzo si sarebbe avventurato all’aperto, concludevano seduti accanto al camino.
Eppure, in quel pomeriggio da lupi qualcuno sulla montagna c’era. Una donna, infatti, vagava sperduta sotto la pioggia battente, cercando disperatamente un riparo. Ad essere sinceri se l’era proprio cercata, perché era stata avvertita che un forte temporale era imminente, ma niente e nessuno poteva far cambiare idea a Marzia Paoli quando si metteva in testa qualcosa. Di passaggio in quello sperduto villaggio abruzzese aveva sentito parlare della Grotta dei Morti dove, secondo gli anziani, vagavano inquieti gli spettri dei briganti fucilati dai soldati. Questa leggenda costituiva un richiamo irresistibile per Marzia, famosa giornalista indagatrice dell’occulto. Sul momento aveva pensato di recarsi alla grotta di notte per vedere i fantasmi, ma non potendo fermarsi a lungo in paese aveva preferito optare per una visita immediata, nonostante le nubi minacciose. Ne avrebbe comunque ricavato un interessante reportage.
Ora però persino Marzia era preoccupata: si era completamente persa e la visibilità era ridotta quasi a zero. Avrebbe dovuto fermarsi, ma non riusciva a trovare alcun riparo dalla furia della tempesta. All’improvviso la luce di una saetta le svelò la presenza di una caverna a breve distanza. La raggiunse di corsa ritrovandosi finalmente all’asciutto. Il luogo però era freddo e buio e i suoi abiti erano fradici. Senza perdersi d’animo raccolse un po’ di rami ed erbe secche e preso l’accendino preparò un bel falò. Poi si spogliò mettendo i vestiti ad asciugare attorno al fuoco e infine prese una sigaretta - fortunatamente le teneva in una custodia di metallo - e ne accese una.
«Ecco, lo sapevo, prima il fuoco e adesso anche la nicotina! Se hai deciso di trasformare questo posto in una casa è meglio che prendi i tuoi stracci e te ne vai!»
La voce era maschile e profonda, il tono per niente amichevole. Marzia lanciò un urlo e raccogliendo qualche indumento si coprì alla meglio.
«Chi sei?» domandò guardandosi attorno senza riuscire a scorgere nessuno.
«Dovrei essere io a fare questa domanda, visto che sei nella mia grotta» la voce era sarcastica. «Ma dove guardi? Sono qui sopra!»
La giornalista alzò gli occhi e vide una grande figura nera appesa alla volta che la guardava con occhi scintillanti.
«Un vampiro!» urlò lasciando cadere i vestiti per aprire lo zaino.
«Si, sono un vampiro, anzi un arci... no, che fai? Mettila via...»
Marzia però era troppo eccitata per badargli e scattò una foto col flash. L’essere lanciò un gemito di dolore e cadde rovinosamente al suolo, dove rimase mugolando. Approfittando della stasi momentanea, Marzia si infilò i jeans e la camicia poi, impugnando la sua macchina fotografica a pellicola ultrasensibile, adatta ad impressionare ectoplasmi, vampiri e gnomi, si avvicinò al luogo dove era caduta la tenebrosa creatura. Questo, come la vide nascose il viso con le mani e supplicò:
«Per favore, mettila via, i miei occhi non sono più abituati alla luce.»
Marzia aveva sempre avuto fiuto per gli affari.
«La metterò via ad una condizione: che tu mi conceda un’intervista.»
«Un vampiro che concede un’intervista, chi ha mai sentito una simile assurdità?»
«Non è poi così insensato, ne hanno fatto anche un film di successo» gli rispose Marzia conciliante, per poi assumere un tono duro «o preferisci un’altra foto?»
«No, no, accetto, ma l’inferno è testimone che devo cedere alla forza.»
«Meraviglioso!»
«Io non ci trovo nulla di meraviglioso» il vampiro si mise a sedere stropicciandosi gli occhi.
Marzia lo osservò bene. Aveva l’aspetto di un ragazzo, dai lineamenti dolci e il viso pallidissimo. Indossava abiti neri ed un pesante mantello lo copriva quasi completamente.
«Accomodati pure» il vampiro le indicò un sasso «e fai come se fossi a casa tua, come del resto hai già fatto.»
Marzia prudentemente preferì frapporre il fuoco fra sé e il suo interlocutore, anche se sapeva che i vampiri possono muoversi con estrema velocità e quindi tale difesa era poco più che simbolica. D’altro canto il suo insolito ospite non sembrava avere cattive intenzioni e, anzi, aveva un’aria piuttosto buffa, mentre si massaggiava la mascella indolenzita per la caduta.
«Tu devi essere pazza» le disse lamentandosi «ti rendi conto che se potessi morire mi sarei rotto l’osso del collo?»
«Ma come vampiro non puoi morire per una caduta. Comunque mi spiace di averti fatto cadere e non voglio nemmeno disturbare troppo a lungo il tuo riposo. Appena smetterà di piovere me ne andrò, contento? Ora però vogliamo iniziare?»
«Va bene, cosa vuoi sapere?»
«La storia della tua vita, come vampiro intendo. Come e dove lo sei diventato, come vivi, eccetera.»
«Non è certo una storia esaltante la mia. Sono finiti i tempi in cui un vampiro terrorizzava un’intera regione, ma lasciamo da parte la nostalgia» sospirò tristemente. «Sono nato a Milano nel 1968 e quando dico nato intendo proprio partorito. Solitamente, come certo sai, vampiri si diventa, ma nel mio caso le cose andarono in modo diverso. Una vampira ha infatti la possibilità di generare, una volta ogni seicentosessantasei anni, congiungendosi ad un maschio della sua specie. Il figlio sarà un arcivampiro, vale a dire una creatura praticamente indistruttibile, seppur, come hai visto, non immune dal dolore. L’arcivampiro sviluppa le sue caratteristiche non umane solo a partire dall’adolescenza, benché possegga alcune qualità già in età infantile. I miei genitori decisero di assecondare la natura, evitando di darmi un’educazione vampiresca per non farmi sentire il peso della responsabilità in un’età ancora tenera. Ciò, seppur fatto con le migliori intenzioni, mi fu però causa di forti turbamenti. Mi accorsi infatti di essere diverso dagli altri senza capire il perché. Non sopportavo la luce del sole ed ero costretto a portare sempre occhiali con lenti scure, inoltre il mio pallore e la predilezione per i vestiti neri mi fece soprannominare “Mortimer” dai miei coetanei. Amavo la notte e di giorno ero sempre stanco, cosa che pregiudicava il mio rendimento scolastico.
Mio padre morì quando ero ancora piccolo. Contrariamente a mia madre che aveva, come ho detto, quasi settecento anni, egli era relativamente giovane ed inesperto. Venne travolto e decapitato da un treno mentre vagava ubriaco sui binari dopo essersi sfamato a spese di un alcolizzato. Mia madre, sconvolta dal dolore per la perdita di quel compagno così amato, oppressa da terribile melanconia si lasciò morire di consunzione, lasciandomi solo. Fui allevato da Attilla, uno zingaro già servitore di mia madre, per la quale sbrigava tutte le questioni pratiche inerenti i rapporti con gli umani. All’età di tredici anni cominciai a desiderare ardentemente il sangue e la carne cruda. Amavo i film dell’orrore a lieto fine - quelli in cui gli uomini hanno la peggio - e mi sdegnavo per lo spreco di sangue che si vedeva ogni giorno nei telegiornali. Frattanto crescevo solitario ed infelice. Non m’interessavano i gruppi giovanili dell’epoca. Trovavo privi di consistenza i paninari, di cui non capivo la passione maniacale per l’abbronzatura, come giudicavo repellenti quelli, di cui non ricordo il nome, che si ricoprivano di croci e ninnoli.
Una notte nebbiosa, però, passeggiando per vie deserte vidi una ragazza vestita di nero, col viso pallido e bello più della luna. La seguii, completamente preso dal suo camminare e riuscii a conoscerla, anzi fu lei ad aspettarmi e a rivolgermi la parola. Si chiamava Magda e avevamo molte cose in comune. Scoprii la più importante la prima volta che uscimmo assieme. Volendo mordermi sul collo si accorse della mia natura e fu lei a svelarmene i segreti. Assieme a lei diedi il mio primo morso e trascorsi il più bel periodo della mia vita, ma non starò a tediarti dicendoti quello che facemmo e dicemmo, cose per altro che non ti riguardano. Un giorno purtroppo, all’improvviso come era iniziato il nostro amore finì. Quasi contemporaneamente capii quali prove deve superare oggi un vampiro. La gente è troppo malata oggi e il vostro sangue fa schifo al punto che è meglio quello degli animali!»
«È per questo che ti sei ritirato, per così dire in eremitaggio?»
«No, no figurati»
«E allora perché?»
«Perché? Guardati attorno, diavoli dell’inferno, anzi guarda te stessa! Sei un motivo validissimo!”
«Stai cercando di offendermi?»
«temo che non ci riuscirei neanche volendo» sospirò il vampiro. «Pensa a quello che è accaduto qui poco fa: vedi un vampiro, un vampiro dico, l’incubo più tremendo dell’uomo e cosa fai? Fuggi terrorizzata? Nossignore, mi fai una foto, accecandomi. L’è dura, credimi, l’è dura essere un vampiro oggi! La notte ci sono troppe luci e poi c’è tutto quell’inquinamento, quei fumi, quel rumore che mi vengono i brividi a pensarci. Il fatto è che noi siamo creature semplici, abituate al contatto con la natura. Invece in città, quando si riesce a sorprendere un passante in una via buia e deserta e planando silenziosamente lo si morde sul collo pregustando il sapore del sangue... si scopre che è un povero drogato che si è appena fatto. Lo sai che ho rischiato un overdose per questo? E che poi, perdendo l’equilibrio sono caduto sui cavi della luce provocando una tale black out che ancora se lo ricordano?
Mi vergogno a doverlo ammettere ma ho dovuto fuggire. Non perché mi dessero la caccia, che anzi nessuno più ci crede ai vampiri. È che voi siete pericolosi, per noi e per voi stessi. Mi fate paura: avete gli arsenali pieni di armi e con un bottone potete cancellare un continente. E poi i mostri saremmo noi! Come se fossimo stati noi ad uccidere milioni di persone con torture, camere a gas, campi di sterminio, armi le più varie. È per questo che ho deciso di allontanarmi da voi: mi ispirate paura e ribrezzo. Marcite pure nel vostro fango, mentre io, che sono immortale, aspetto che scompariate!»
«Non ti pare di essere un po’ duro con noi? In fondo l’uomo ha anche la ragione che può usare per migliorare la vita.»
«Speri nella scienza, tu? Conta i morti del Ventesimo secolo, il secolo della scienza.»
«Così non hai speranze per il Terzo Millennio?»
«In cosa dovrei sperare se non nella vostra scomparsa? La mia razza, come tutte quelle inutili all’uomo è in via di estinzione e io sono forse l’ultimo della mia gente. No, lascio agli uomini le illusioni. Sperino pure nei marziani che portano la felicità.»
«Qualcuno spera in Dio…» azzardò timidamente Marzia.
«Quella non è speranza per i figli delle Tenebre!» l’interruppe seccamente l’Arcivampiro. «Ora vai, il temporale è finito e l’intervista pure. Prendi la tua roba e vattene!»
Detto questo si alzò allontanandosi verso l’interno della caverna, scomparendo nell’ombra. Marzia vide ancora i suoi occhi scintillare nell’oscurità mentre echeggiavano le sue ultime parole:
«… e bada di non dire a nessuno dov’é situata la grotta, detesto i turisti!»

2 commenti:

Luna_tica ha detto...

wow..l'ho divorato il tuo racconto,
sei bravo a scrivere ;-)

Complimenti.
un abbraccio

Milo ha detto...

Wow! inizio ironico e scoppiettante! Mi piace!
Il rovesciamento dei ruoli è proprio forte!
Ciao, a presto!

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