mercoledì 31 dicembre 2008

Addio


Così te ne vai, bisesto 2008.
Francamente non ne vedevamo l'ora...

Calendario

Nell'augurare a tutti un buon 2009, poiché siamo in tempi di calendari, vorrei segnalare il lavoro di un'amica.

E' finalmente uscito il CalendarBand 2009, realizzato dalla SaDiCa!

Potete visionare e scaricarlo al seguente link:

http://issuu.com/sadica/docs/calendarband2009


Queste le band che vi hanno partecipato:

VicoloCieco
Bitch in Town
La stanza di Skinner
Kubomedusa
Rapists
Dejan e la Parte Reale


Buon 2009!

martedì 30 dicembre 2008

Aforismi: Lyman Bryson

L'errore dei giovani è di credere che l'intelligenza possa sostituire l'esperienza, menter l'errore dei vecchi è di credere che l'esperienza possa sostituire l'intelligenza.

domenica 28 dicembre 2008

Progetti per l'anno a venire




L'Errante ha incontrato, potremmo dire casualmente, se gli eventi avvenissero per caso, un blog molto interessante. A6, la fanzine di fumetti e musica! by Isa e SaDiCa.

L'incontro è stato molto interessante e ha dato il via ad una collaborazione che partirà l'anno prossimo.

In attesa di fornirvi ulteriori dettagli vi invito a visitare il blog http://a6fanzine.blogspot.com !


sabato 27 dicembre 2008

Aforismi: Oscar Wilde

Esperienza è il nome che ciascuno di noi dà ai propri errori.

venerdì 26 dicembre 2008

La magica Città di Oz

Un giorno il mio errare mi condusse alle porte della Città di Oz.
Ne avevo sentito parlare dai bardi che allietavano i viandanti nelle osterie come di un luogo meraviglioso, dove tutto era meraviglioso, governato da uno splendido Mago.
Quando fui davanti alla porta della città con sorpresa trovai delle guardie che, con modi cortesi ma decisi, mi impedirono l’ingresso.
«Per entrare devi indossare gli speciali occhiali del Mago di Oz. Altrimenti i tuoi occhi sarebbero per sempre rovinati dalla luce abbagliante della città. Questo muro infatti fu costruito non per proteggere la città dai nemici, ma le campagne dal fulgore della Città di Smeraldo.»
Domandai dove potessi trovare questi occhiali. Per tutta risposta mi indicarono una bottega dove, per la non modica cifra di ottanta corone, potei comprarli. Quando li ebbi indossati mi resi conto di non vedere nulla. Mi rassicurarono sul fatto che gli occhiali erano fatti per vedere solo all’interno della città. Le guardie mi accompagnarono gentilmente e solo quando ebbero fissato un lucchetto agli occhiali, in modo che non potessi levarli, le porte della città si schiusero davanti a me. Qualcosa mi fu levato davanti agli occhi e immediatamente fui investito dalla luce della Città di Smeraldo.
Mi inoltrai così per le vie scintillanti, dove tutto pareva meraviglioso. I sassi delle strade luccicavano come pietre preziose e la gente, cui bastava chinarsi per raccogliere una fortuna, viveva spensierata e piena d’ottimismo. Sui muri salutava sorridente, affascinante e gigantesca l’immagine del Mago di Oz, stillante energia e positività da tutti i pori.
Mi stavo già lasciando coinvolgere da quell’atmosfera di gioia quando, da una delle terrazze che si affacciavano sulla strada udii una voce. Guardai in quella direzione e vidi una bambina, che stranamente non portava gli occhiali. Indossava invece un cappuccio e, non so dire perché, ricordo perfettamente che mi parve rosso. Cosa impossibile perché in quella città il colore rosso era stato bandito per sempre per l’editto del Mago di Oz.
«Non prestate fede all’inganno» gridò la bambina «sono gli occhiali a mostrarvi una realtà che non è. La città è brutta, sporca e piena di immondizia. Quelli che credete pietre preziose sono sassi senza alcun valore. E il mago di Oz non è altro che un Nano bugiardo e pelato che indossa una maschera!»
Con sgomento vidi le guardie trascinare via la bambina, chiudendole la bocca, nonostante scalciasse e tentasse di urlare.
«Sia bandita per sempre dalla Città di Smeraldo» proclamò l’araldo nella piazza.
Quella notte stessa trovai il modo di riacquistare la vista, vidi la verità coi miei occhi e fuggii dalla città, calandomi dalle mura.


Questo post è un riconoscente omaggio a Il meraviglioso mago di Oz, dello scrittore statunitense L. Frank Baum.

giovedì 25 dicembre 2008

Buon natale!

mercoledì 24 dicembre 2008

martedì 23 dicembre 2008

Canto notturno dl un pastore errante dell' Asia

Che fai tu, luna, in ciel? dimmi, che fai,
Silenziosa luna?
Sorgi la sera, e vai,
Contemplando i deserti; indi ti posi.
Ancor non sei tu paga
Di riandare i sempiterni calli?
Ancor non prendi a schivo, ancor sei vaga
Di mirar queste valli?
Somiglia alla tua vita
La vita del pastore.
Sorge in sul primo albore
Move la greggia oltre pel campo, e vede
Greggi, fontane ed erbe;
Poi stanco si riposa in su la sera:
Altro mai non ispera.
Dimmi, o luna: a che vale
Al pastor la sua vita,
La vostra vita a voi? dimmi: ove tende
Questo vagar mio breve,
Il tuo corso immortale?

Vecchierel bianco, infermo,
Mezzo vestito e scalzo,
Con gravissimo fascio in su le spalle,
Per montagna e per valle,
Per sassi acuti, ed alta rena, e fratte,
Al vento, alla tempesta, e quando avvampa
L'ora, e quando poi gela,
Corre via, corre, anela,
Varca torrenti e stagni,
Cade, risorge, e più e più s'affretta,
Senza posa o ristoro,
Lacero, sanguinoso; infin ch'arriva
Colà dove la via
E dove il tanto affaticar fu volto:
Abisso orrido, immenso,
Ov'ei precipitando, il tutto obblia.
Vergine luna, tale
E' la vita mortale.

Nasce l'uomo a fatica,
Ed è rischio di morte il nascimento.
Prova pena e tormento
Per prima cosa; e in sul principio stesso
La madre e il genitore
Il prende a consolar dell'esser nato.
Poi che crescendo viene,
L'uno e l'altro il sostiene, e via pur sempre
Con atti e con parole
Studiasi fargli core,
E consolarlo dell'umano stato:
Altro ufficio più grato
Non si fa da parenti alla lor prole.
Ma perchè dare al sole,
Perchè reggere in vita
Chi poi di quella consolar convenga?
Se la vita è sventura,
Perchè da noi si dura?
Intatta luna, tale
E' lo stato mortale.
Ma tu mortal non sei,
E forse del mio dir poco ti cale.

Pur tu, solinga, eterna peregrina,
Che sì pensosa sei, tu forse intendi,
Questo viver terreno,
Il patir nostro, il sospirar, che sia;
Che sia questo morir, questo supremo
Scolorar del sembiante,
E perir dalla terra, e venir meno
Ad ogni usata, amante compagnia.
E tu certo comprendi
Il perchè delle cose, e vedi il frutto
Del mattin, della sera,
Del tacito, infinito andar del tempo.
Tu sai, tu certo, a qual suo dolce amore
Rida la primavera,
A chi giovi l'ardore, e che procacci
Il verno co' suoi ghiacci.
Mille cose sai tu, mille discopri,
Che son celate al semplice pastore.
Spesso quand'io ti miro
Star così muta in sul deserto piano,
Che, in suo giro lontano, al ciel confina;
Ovver con la mia greggia
Seguirmi viaggiando a mano a mano;
E quando miro in cielo arder le stelle;
Dico fra me pensando:
A che tante facelle?
Che fa l'aria infinita, e quel profondo
Infinito Seren? che vuol dir questa
Solitudine immensa? ed io che sono?
Così meco ragiono: e della stanza
Smisurata e superba,
E dell'innumerabile famiglia;
Poi di tanto adoprar, di tanti moti
D'ogni celeste, ogni terrena cosa,
Girando senza posa,
Per tornar sempre là donde son mosse;
Uso alcuno, alcun frutto
Indovinar non so. Ma tu per certo,
Giovinetta immortal, conosci il tutto.
Questo io conosco e sento,
Che degli eterni giri,
Che dell'esser mio frale,
Qualche bene o contento
Avrà fors'altri; a me la vita è male.

O greggia mia che posi, oh te beata,
Che la miseria tua, credo, non sai!
Quanta invidia ti porto!
Non sol perchè d'affanno
Quasi libera vai;
Ch'ogni stento, ogni danno,
Ogni estremo timor subito scordi;
Ma più perchè giammai tedio non provi.
Quando tu siedi all'ombra, sovra l'erbe,
Tu se' queta e contenta;
E gran parte dell'anno
Senza noia consumi in quello stato.
Ed io pur seggo sovra l'erbe, all'ombra,
E un fastidio m'ingombra
La mente, ed uno spron quasi mi punge
Sì che, sedendo, più che mai son lunge
Da trovar pace o loco.
E pur nulla non bramo,
E non ho fino a qui cagion di pianto.
Quel che tu goda o quanto,
Non so già dir; ma fortunata sei.
Ed io godo ancor poco,
O greggia mia, nè di ciò sol mi lagno.
Se tu parlar sapessi, io chiederei:
Dimmi: perchè giacendo
A bell'agio, ozioso,
S'appaga ogni animale;
Me, s'io giaccio in riposo, il tedio assale?

Forse s'avess'io l'ale
Da volar su le nubi,
E noverar le stelle ad una ad una,
O come il tuono errar di giogo in giogo,
Più felice sarei, dolce mia greggia,
Più felice sarei, candida luna.
O forse erra dal vero,
Mirando all'altrui sorte, il mio pensiero:
Forse in qual forma, in quale
Stato che sia, dentro covile o cuna,
E' funesto a chi nasce il dì natale.

Giacomo Leopardi, Canti, 1831

lunedì 22 dicembre 2008

Taxi nella nebbia

La nebbia copriva la pianura come un sudario, ma ciò non era un problema per “Johnny”: lavorava meglio con la nebbia. Appoggiato al lampione si accese una sigaretta e guardò l'orologio.
Mezzanotte. Forza, sbrigati, ho fretta di conoscerti.
Sorrise al pensiero. Vide le luci di un'auto e si sporse in avanti, ma quella proseguì la sua corsa.
Maledizione! Quanto tempo ci mette? E avevano detto cinque minuti. Balle!
Diede un calcio ad una lattina.
Sono dieci minuti che aspetto! Gli farò pagare anche questa, può starne certo. Se almeno sarebbe una donna...
Johnny non aveva studiato molto, ma la pistola che teneva sotto la giacca di pelle gli aveva aperto lo stesso molte porte. In quel momento due fari ruppero la nebbia puntando su di lui. Aguzzando la vista vide la scritta luminosa TAXI. Scese dal marciapiede, scavalcando le auto in sosta vietata e fece un cenno con la mano. Il veicolo mise la freccia e accostò.
Sei mio, pollo.
Poi vide il colore della carrozzeria ed ebbe un attimo d'esitazione. Non era bianco e nemmeno giallo, ma di uno strano rosso cupo. Anche i cristalli erano insoliti, completamente oscurati. Johnny imprecò sbalordito e come per risposta il finestrino si abbassò di un paio di centimetri.
«Taxi, signore.»
Il rapinatore si sentì gelare. C'era qualcosa in quella voce, qualcosa di freddo, di lontano, come un'eco. E non era una domanda, ma una sfida. Johnny non si era mai tirato indietro davanti a nulla, sin da quando, a tredici anni, aveva accoltellato un coetaneo che non voleva consegnargli le scarpe di marca. Gettò la cicca dopo averne tirato un ultima voluttuosa boccata, aprì la portiera posteriore ed entrò.
«Via Selva. Schizza.»
L’auto partì sgommando e Johnny fu spinto violentemente contro il sedile. Non vide il taxi bianco fermarsi accanto al lampione. Faticosamente si risollevò, imprecando tra i denti. Il guidatore correva velocissimo, incurante della nebbia, come se vedesse perfettamente la strada. Solo i fari sempre più radi di altre automobili rompevano di tanto in tanto il grigio muro di oscurità.
Johnny osservò la testa del taxista, coperta da un nero cappello a larghe falde e dai baveri rialzati del cappotto dello stesso colore. Soltanto una ciocca di sudici capelli bianchi sfuggiva ribelle a quella tenebra. Ci avrebbe piazzato volentieri una pallottola…
Lo provocò un po', tanto per divertirsi.
«Sei pazzo a correre così con questa nebbia! Non hai paura di farti male?»
«Conosco questa strada come le mie tasche, signore, la percorro da un'eternità».
La risposta fu seguita da sterzata così brusca da mandare Johnny a sbattere contro la portiera. Una violenta bestemmia gli proruppe dalla gola.
«Non dovrebbe bestemmiare, signore...»
«Ma chi ti credi di essere per darmi dei consigli, eh? Rallenta invece, che ci schiantiamo contro un muro.»
«Ho fretta, altri clienti mi aspettano. E devo battere la concorrenza, signore.»
«Adesso basta, io non mi faccio prendere per il culo da te, chiaro? Non so che cazzo ti sei fatto per berti il cervello così, ma non me ne frega un cazzo!» Johnny estrasse la pistola, puntandola alla nuca del guidatore. «Accosta e fuori i soldi o ti faccio saltare quel poco cervello bacato che ti rimane.»
«Cosa credi di fare con quella pistola inceppata, Johnny?»
«Come cazzo fai a sapere il mio nome?» domandò sorpreso. «Ora ti faccio vedere io se è inceppata!»
Puntò l'arma e premette il grilletto.
KLIK.
Riprovò.
KLIK.
Ancora e ancora.
KLIK, KLIK, KLIK, KLIK.
Imprecando Johnny alzò l'arma per colpire col calcio, ma la mano dell'autista scattò all'indietro velocissima e con un tocco gelido gliela strappò di mano. Johnny lanciò un urlo di dolore e si ritrasse stringendo la destra, rigida e gelata.
«Ommerda, che cazzo mi hai fatto? Che cazzo hai fatto alla mia mano?» gridò disperato.
«Avrai modo di riscaldarla, non preoccuparti.»
Johnny guardò disperato l'arto che aveva assunto un colore bluastro e gli faceva un gran male. Non riusciva a capire come avesse fatto a fregarlo a quel modo. Si slanciò verso la portiera, ma questa non si aprì, era chiusa, bloccata. Era in trappola, anche se forse c'era una possibilità... Sì, certo, prenderlo per la gola e costringerlo a fermarsi. Johnny era forte, molto forte.
«E avere entrambe le mani paralizzate? Lascia perdere, non ti conviene. Piuttosto ascolta cosa dice la radio, credo ti riguardi.»
La voce del guidatore era così sicura da risultare terrorizzante. Il rapinatore rimase immobile, mentre l’altro alzava il volume con la mano guantata. Un coro di voci, prima deboli, poi sempre più forti.
«Assassino, assassino, ASSASSINO!»
«No!» Johnny cercò inutilmente di tapparsi le orecchie.
La parola gli rimbombava nel cervello, senza tregua, come un martello pneumatico. Poi, all'improvviso cessò. Alzò gli occhi e vide un volto che lo osservava attraverso il parabrezza.
«Carlo Bignami. Aveva quindici anni quando lo accoltellasti. Ora è costretto su di una sedia a rotelle» la voce alla radio era una lama tagliente che mozzava il respiro.
Un secondo volto si affiancò al primo.
«Daniele Bianco. Lo uccidesti con un colpo alla nuca perché si era ribellato. Due figli e una moglie lo piangono.»
Altri volti apparvero accanto a questi. Di ognuno la voce ricordava il nome e il delitto: rapine, ferimenti, stupri e omicidi vennero elencati in un rosario di accuse, mentre le sue vittime testimoniavano silenziosamente contro di lui. Infine i volti scomparvero e il silenzio calò.
Allora Johnny, scompostamente e senza ritegno, rise.
«Non hai uno straccio di prova. Nessun tribunale mi può condannare. Se speravi che confessassi con questo trucco ti sei sbagliato. Avanti, sbirro, portami dentro e facciamola finita con questa pagliacciata. Tanto il mio avvocato mi tirerà fuori subito.»
«Non ti sto portando in prigione: il tuo tempo è scaduto. Sei stato contato, pesato e trovato mancante.»
Quelle parole rimbombarono come una sentenza inappellabile.
«Ma cosa vuoi allora?» balbettò Johnny. «Ommerda, sei uno di quei fottuti giustizieri... Vuoi dei soldi? Posso darteli… Tieni ho qui mille euro, ma posso darti di più, diecimila, quindicimila... quanto vuoi? Quanto vuoi?»
L'autista fermò il taxi e si voltò, tendendo la mano e mostrando il volto scheletrico incorniciato da una lunga e sudicia barba bianca. I suoi occhi, rossi come la brace, lo fissarono per un istante lungo come l’eternità.
Infine il demonio parlò.
«Solo una monetina prima di scendere: ma in fretta, anima dannata.»

sabato 20 dicembre 2008

Il messaggero

«Guarda, amico mio, l’alba è vicina e presto vedremo le bianche mura della capitale.»
Il cielo stellato si stendeva ancora sull’erba profumata di rugiada della prateria, ma i primi chiarori dell’alba preannunciavano il sorgere di un nuovo giorno. Il cavaliere riprese a parlare.
«Essere un messaggero del Re è un ruolo importante, che richiede devozione, discrezione e abilità. Pericoli e spie sono dappertutto, occorre essere astuti. E la fatica aumenta sempre. Un tempo il regno era più piccolo, ma abbiamo sovrani valorosi in guerra e saggi in pace che hanno esteso i confini. Io stesso quando ero giovane avrei potuto attraversare il paese in pochi giorni, mentre ora mi ci vorrebbero mesi.
Per lunghi anni non ho fatto altro che portare i dispacci del Re e ora che questo viaggio sta per terminare non so cosa sarà di me. Da sempre la mia stirpe ha portato messaggi per i Re di questo paese. Come la tua ha portato in groppa i messaggeri del Re. Da molti anni chiedevo al Re di mettermi a riposo. È molto vecchio ormai, il Re, benché dica di essere più giovane di me e mi chiami “vecchio mio”. A volte, ma che rimanga tra noi, dice cose strane, che non capisco, ma in fondo è un brav’uomo. Per molti anni ha respinto le mie richieste scuotendo la testa e borbottando tra sé, ma alla fine ha ceduto. Quando ci siamo congedati mi è sembrato persino commosso. Ora sono felice, benché ignori cosa sarà di me. Non ho mai incontrato messaggeri a riposo, ma so che il Re provvederà a tutto.
Si sa che i viaggi danno l’esperienza, che è la base della saggezza. E io ho viaggiato tanto. Ho percorso miglia e miglia sulle piste di tutto il regno. Ho visto città splendide e tuguri miserrimi, uomini di ogni razza ceto sociale e religione. E donne... Ne ho viste di bellissime sai? Bionde e more, ricche e povere, vergini e prostitute. Ho solo un unico rimpianto, quello di non essermi mai fermato in una città, per parlare con la gente.
Ho anche un figlio, sai? Un mattino di primavera il Re mi chiamò e mi disse che dovevo avere un figlio, che potesse prendere un giorno il mio posto. Risposi che per me andava bene quello che a lui piaceva. Mi condussero una ragazza bionda. Non era bellissima, ma mi amava. Sono stato con lei a lungo, quasi sette mesi, finché non rimase incinta, poi ripresi la pista.
Sono molto orgoglioso di mio figlio. Come è bello! Così fiero nel cavalcare, che sembro io a vent’anni, lanciato sulle piste ingoiando la polvere. Ogni tanto ci incontriamo. Quasi sempre procediamo in direzione opposta, ma una volta mi è persino capitato di fare un breve tratto assieme a lui. Ci intendiamo al volo, sai? Io so quello che prova quando mi vede e sono sicuro che anche lui nutre gli stessi sentimenti. Guarda le bianche mura della capitale, dove mi attende il Viceré! Il mio galoppo lungo una vita è giunto alla fine.»
Il Viceré lesse il messaggio consegnatogli dal vecchio messaggero e sollevò un sopracciglio. Poi ordinò ai suoi uomini di dargli una morte rapida e indolore, secondo gli ordini del Re.

venerdì 19 dicembre 2008

Tema Del Soldato Eterno E Degli Aironi

Ho sparato nel profumo
delle viole a Waterloo
fra le rose
sulla linea Maginot
cavalcavano ragazze
muli lenti sui sentieri
con le gambe larghe
per i nostri cuori.

Sono stato vecchio ad Alamo
bambino a Maratona.
Ogni idea. l'ultima,
era buona.
Ho tradito sempre tutti
tutti mi hanno perdonato
non l'ho fatto
e mi hanno fucilato.

Tornerò a settembre
tornerò a novembre
un giorno tornerò
e farò l'amore
mi farai capire il senso
che non so.
Tu sola in tutto il mondo puoi
spiegarmi cos'è vero.

Passerà settembre
passerà novembre
ed io non tornerò
forse manca poco
forse è solo un gioco
poi ti abbraccerò
amore, amore aiutami
io non so più chi sono
ma so chi sei

Questa guerra di Crimea
è piena dei tuoi occhi
che non ho
e domani contro Franco
morirò.

Dormono gli aironi dormono
come fiori su un gambo solo
È troppo grande il cielo
per capirlo al volo.

Scrivimi stanotte scrivimi
stanotte parlami di te.
Non lasciarmi solo, scrivimi
ti prego spiegami perchè
soltanto tu puoi dirmelo
io non so più chi sono.

Passerà settembre
passerà novembre
io non tornerò
non mancava poco
no non era un gioco
non ti abbraccerò
amore, amore è inutile
io ti ho inventata
e non ci sei

Roberto Vecchioni

giovedì 18 dicembre 2008

All’inizio l’uomo fu errante.
Egli vagava libero sulla distesa delle terre, cibandosi di ciò che la natura gli offriva. Il cielo era il suo tetto e le sue capanne duravano il tempo di una luna.

Errante fu l’uomo per 6266 generazioni e il suo sguardo spaziava libero per la prateria.

Un giorno la donna disse: «Sono stanca di mangiare ciò che trovo. Scaverò il terreno e pianterò i semi affinché vi cresca ciò che più mi piace.»
L’uomo vide ciò che faceva la donna e disse: «Costruirò per noi una capanna, affinché si possa aspettare che giunga il tempo del raccolto, scacciando gli animali selvatici che altrimenti se ne pascerebbero. Ecco cosa ti dico: costruirò un grande recinto e vi rinchiuderò gli animali affinché li possa uccidere facilmente. E sterminerò dalla faccia della terra il seme delle bestie feroci, affinché non vengano di notte a razziare i miei armenti.»

Venne infine il tempo del raccolto. L’uomo e la donna guardarono gli orci pieni e risero, ballando e cantando per la gioia.

Allora il Signore passò su di loro come un soffio di vento e disse queste parole: «Avete abbandonato la vita errabonda e vi siete fermati. Vi siete impadroniti della terra, dell’acqua, del fuoco e di ogni genere di animale. Ascoltate le mie parole: verrà il tempo in cui una capanna non vi basterà più. Desidererete una casa più grande ed oggetti per arredarla e la fortificherete contro i ladri. Indebiterete voi stessi e i vostri figli e giungerete persino a prostituirvi, rubare e uccidere per avere una dimora sempre più grande. Ebbene io questo vi dico: per 400 generazioni costruirete e vi indebiterete, finché i creditori non verranno e vi porteranno via tutto. Allora avrete nuovamente il cielo come tetto e tornerete ad essere erranti sulla terra. Questo vi dico non per maledirvi, figli miei, ma perché all’occhio dell’Eterno il numero delle vostre generazioni è uguale a un breve istante.»

Dal Libro dei Vagabondi

martedì 16 dicembre 2008

Don Chisciotte



[ Don Chisciotte ]

Ho letto millanta storie di cavalieri erranti,
di imprese e di vittorie dei giusti sui prepotenti
per starmene ancora chiuso coi miei libri in questa stanza
come un vigliacco ozioso, sordo ad ogni sofferenza.
Nel mondo oggi più di ieri domina l'ingiustizia,
ma di eroici cavalieri non abbiamo più notizia;
proprio per questo, Sancho, c'è bisogno soprattutto
d'uno slancio generoso, fosse anche un sogno matto:
vammi a prendere la sella, che il mio impegno ardimentoso
l'ho promesso alla mia bella, Dulcinea del Toboso,
e a te Sancho io prometto che guadagnerai un castello,
ma un rifiuto non l'accetto, forza sellami il cavallo !
Tu sarai il mio scudiero, la mia ombra confortante
e con questo cuore puro, col mio scudo e Ronzinante,
colpirò con la mia lancia l'ingiustizia giorno e notte,
com'è vero nella Mancha che mi chiamo Don Chisciotte...

[ Sancho Panza ]

Questo folle non sta bene, ha bisogno di un dottore,
contraddirlo non conviene, non è mai di buon umore...
E' la più triste figura che sia apparsa sulla Terra,
cavalier senza paura di una solitaria guerra
cominciata per amore di una donna conosciuta
dentro a una locanda a ore dove fa la prostituta,
ma credendo di aver visto una vera principessa,
lui ha voluto ad ogni costo farle quella sua promessa.
E così da giorni abbiamo solo calci nel sedere,
non sappiamo dove siamo, senza pane e senza bere
e questo pazzo scatenato che è il più ingenuo dei bambini
proprio ieri si è stroncato fra le pale dei mulini...
E' un testardo, un idealista, troppi sogni ha nel cervello:
io che sono più realista mi accontento di un castello.
Mi farà Governatore e avrò terre in abbondanza,
quant'è vero che anch'io ho un cuore e che mi chiamo Sancho Panza...

[ Don Chisciotte ]

Salta in piedi, Sancho, è tardi, non vorrai dormire ancora,
solo i cinici e i codardi non si svegliano all'aurora:
per i primi è indifferenza e disprezzo dei valori
e per gli altri è riluttanza nei confronti dei doveri !
L'ingiustizia non è il solo male che divora il mondo,
anche l'anima dell'uomo ha toccato spesso il fondo,
ma dobbiamo fare presto perché più che il tempo passa
il nemico si fà d'ombra e s'ingarbuglia la matassa...

[ Sancho Panza ]

A proposito di questo farsi d'ombra delle cose,
l'altro giorno quando ha visto quelle pecore indifese
le ha attaccate come fossero un esercito di Mori,
ma che alla fine ci mordessero oltre i cani anche i pastori
era chiaro come il giorno, non è vero, mio Signore ?
Io sarò un codardo e dormo, ma non sono un traditore,
credo solo in quel che vedo e la realtà per me rimane
il solo metro che possiedo, com'è vero... che ora ho fame !

[ Don Chisciotte ]

Sancho ascoltami, ti prego, sono stato anch'io un realista,
ma ormai oggi me ne frego e, anche se ho una buona vista,
l'apparenza delle cose come vedi non m'inganna,
preferisco le sorprese di quest'anima tiranna
che trasforma coi suoi trucchi la realtà che hai lì davanti,
ma ti apre nuovi occhi e ti accende i sentimenti.
Prima d'oggi mi annoiavo e volevo anche morire,
ma ora sono un uomo nuovo che non teme di soffrire...

[ Sancho Panza ]

Mio Signore, io purtoppo sono un povero ignorante
e del suo discorso astratto ci ho capito poco o niente,
ma anche ammesso che il coraggio mi cancelli la pigrizia,
riusciremo noi da soli a riportare la giustizia ?
In un mondo dove il male è di casa e ha vinto sempre,
dove regna il "capitale", oggi più spietatamente,
riuscirà con questo brocco e questo inutile scudiero
al "potere" dare scacco e salvare il mondo intero ?

[ Don Chisciotte ]

Mi vuoi dire, caro Sancho, che dovrei tirarmi indietro
perchè il "male" ed il "potere" hanno un aspetto così tetro ?
Dovrei anche rinunciare ad un po' di dignità,
farmi umile e accettare che sia questa la realtà ?

[ Insieme ]

Il "potere" è l'immondizia della storia degli umani
e, anche se siamo soltanto due romantici rottami,
sputeremo il cuore in faccia all'ingiustizia giorno e notte:
siamo i "Grandi della Mancha",
Sancho Panza... e Don Chisciotte !


Francesco Guccini da Stagioni (2000)

lunedì 15 dicembre 2008

La partenza

Oggi inizia il mio viaggio per i sentieri del web.

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